Domenica, 04 Agosto 2013

FLAUTO DI VERTEBRE - V. Majakovskij
di Vladimir Majakovskij (1893-1930)

PROLOGO

A tutti voi
che siete piaciuti e piacete,
come icone custoditi nella grotta dell’anima,
levo, come calice di vino in un brindisi,
il cranio riempito di versi.

Sempre più spesso penso:
perché non mettere il punto di una pallottola
alla mia fine?
In ogni caso
io darò oggi
l’ultimo concerto.

Memoria!
Raccogli nella camera del cervello
le file interminabili degli amati.
Versa di occhio in occhio le risate.
Vesti di nozze passate la notte.
Di corpo in corpo versate l’allegria.
Nessuno deve dimenticare questa notte.
Io suonerò oggi il flauto
delle mie vertebre.

1

Sgualcisco verste di strade col furore dei passi.
Dove vado con questo inferno nascosto!
Da quale Hofmann celeste
sei stata concepita, maledetta?!

Stanno strette le strade alla bufera dell’allegria.
Ha richiamato maree di attillati la festa.
Penso.
I pensieri, grumi di sangue,
grondano malati e rattrappiti dal cranio.

Io,
taumaturgo di ogni evento festivo,
non ho nessuno con cui andare alla festa.
Basta, vado a schiantarmi sul dorso
e svuoterò la nuca contro il selciato del Nevskij!
Ho bestemmiato,
urlato che non c’è nessun dio.
E dio dalle profondità dell’inferno ha pescato una,
che fa palpitare e tremare le montagne,
ed ha ordinato:
ama!

Dio è contento.
Sotto il cielo, nel baratro
un uomo tormentato si è abbrutito e si è spento.
Dio si stropiccia i palmi delle manucce.
Dio pensa:
me la paghi, Vladimir!
Lui, proprio, lui,
per non farmi capire chi sei
ha pensato di darti un regolare marito,
e sul pianoforte ha posto note di carne umana.
Se ad un tratto mi affacciassi guardingo alla stanza da letto
e segnassi su di voi con la croce la coperta trapunta,
lo so,
si sentirà odore di lana bruciata
e si sprigioneranno fumi di zolfo dalla carne del diavolo.

E invece, inorridito fino al primo mattino
al pensiero che ti avevano condotta ad amare,
ho smaniato
e cesellato versi dagli urli
a metà ormai gioielliere impazzito.
Giocare a carte?
Nel vino
sciacquare la gola esausta del cuore?

Vai via!
Non voglio!
Tanto
lo so
creperò presto.

Se ci sei davvero,
dio,
dio mio,
se tu davvero hai tessuto il tappeto di stelle,
se tu, signore, mi hai donato il martirio
di questo dolore
moltiplicato ogni giorno,
indossa la catena del giudice.
Aspetta la mia visita.
Io sono preciso,
non tarderò di un giorno.
Ascolta,
inquisitore supremo!

Stringerò la bocca,
non lascerò uscire neppure un grido
attraverso le labbra morsicate.
Legami alle comete, come a code
di cavallo,
trascinami,
lacerandomi ai denti delle costellazioni.
Oppure:
quando la mia anima sloggiata
si presenterà al tuo giudizio
tu,
ottusamente accigliato,
annoda la corda della Via Lattea
e impiccami come un criminale.
Fai ciò che vuoi,
squartami, se vuoi.
Io stesso, o giusto, laverò le tue mani.
Ma,
ascolta!
Portati via questa maledetta
che hai voluto mia amata.

Sgualcisco verste di strade col furore dei passi.
Dove vado con questo inferno nascosto!
Da quale Hofmann celeste
sei stata concepita, maledetta?!

2

Il cielo,
che ha dimenticato nella bruma il suo azzurro,
e le nuvole, vaganti come profughi cenciosi,
accenderò del mio ultimo amore,
splendente come il rossore di un tisico.

Coprirò di gioia i gemiti
di ammassi
senza ricordo di case e conforti.
Uomini,
ascoltate!
Uscite dalle trincee.
Combatterete dopo.

Anche se,
ebbra di sangue, procede la guerra
barcollante come Bacco,
non invecchiano le parole dell’amore.
Cari tedeschi!
Io so
che avete sulle labbra
la Margherita di Gothe.

Muore sulla baionetta sorridendo
il francese,
mitragliato si fracassa con un sorriso
l’aviatore,
se la tua bocca
ricordano nel bacio,
Traviata.

Ma a me non interessa questo roseo tenerume,
masticato nei secoli.
E’ ora di gettarsi ai piedi di nuove creature!
Canto
te
colorata di rosso.

Forse di questi giorni,
orribili come punte di baionette,
quando i secoli avranno bianca la barba
resteremo soltanto
tu
ed io,
che dietro a te mi precipito di città in città.

Se ti porteranno via, al di là del mare,
e ti nasconderai nella tana della notte,
io ti bacerò attraverso le nebbie di Londra
con le labbra infuocate dei lampioni.

Se condurrai le carovane nella calura del deserto,
dove vegliano i leoni,
a te
porgerò nella polvere, battuta dal vento,
la guancia rovente del Sahara.

Se poserai un sorriso sulle labbra,
ammirando
la bellezza del torero,
un lampo di gelosia
lancerò sul palco
dall’occhio morente del toro.

Se muoverai sul ponte il passo distratto
e penserai
che sarebbe bello gettarsi,
sarò io
sotto il ponte la corrente della Senna,
ti chiamerò,
mostrando i denti marciti.

Se con un altro illuminerai della foga dei cavalli
la Strelka o Sokol’niki,
io, arrampicato lassù,
sarò una luna struggente nella nudità dell’attesa.

Se sarò chiamato da loro,
forte come sono,
e mi ordineranno:
vai a ucciderti in guerra!
il tuo nome
sarà l’ultimo,
rappreso sul labbro lacerato dalla bomba.

Morirò con la corona?
A Sant’Elena?
Inforcate le onde della burrasca quotidiana,
io sarò ugualmente candidato
e al trono universale
e
ai ceppi.

Se sarò destinato alla corona,
ordinerò al popolo
di coniare
la tua faccina
sull’oro solare delle mie monete.
Oppure,
lì dove la terra scolorisce nella tundra
e il fiume  tratta con il vento del nord,
scriverò il nome di Lilja graffiando la catena
e la consumerò di baci nel buio della cella.

Ascoltate, dimentichi dell’azzurro del cielo,
arruffati
come animali!
Questo amore,
forse l’ultimo della terra,
s’è acceso come il rossore di un tisico.

3

Dimenticherò anno, mese e giorno.
Mi chiuderò da solo, io e il foglio di carta.
Avverati, sortilegio disumano
di parole illuminate dal dolore!

Oggi, appena entrato da voi,
ho percepito
un certo disagio.
Tu, vestita di seta, nascondevi qualcosa
e nell’aria si spandeva odore di incenso.
Sei contenta?
Un gelido
"molto".
Caduto dallo sconcerto l’argine della ragione,
accumulo angoscia, ardente e febbrile.

Ascolta,
tanto
non puoi nascondere il cadavere.
Rovesciami sul capo l’orribile parola!
Tanto,
come in un megafono,
ogni tuo muscolo
grida:
E’ morto, morto, morto!
No,
rispondi.
Non mentire!
(Come posso andar via così?)
I tuoi occhi si sono infossati nel viso
come due tombe.

Tombe come voragini,
senza più fondo.
Mi sembra
di precipitare dall’impalcatura dei giorni.
Tesa sul baratro la corda dell’anima,
io ondeggio, giostrando con le parole.

Lo so,
l’amore l’ha già consumata.
Intravedo la noia da sintomi vari.
Ringiovanisci nella mia anima,
fai conoscere al cuore tutta la festa del corpo.

Lo so,
le donne si pagano.
Ma che male c’è
se intanto
ti vesto di fumo di tabacco
invece che di lussuosi capi parigini.

Come l’apostolo al tempo dei tempi
porterò il mio amore
per migliaia di migliaia di strade.
Nei secoli è pronta per te una corona
e sulla corona le mie parole
sono un arcobaleno di spasimi.

Come gli elefanti hanno conquistato la vittoria di Pirro
giocando con la loro mole,
io ho sbaragliato il tuo cervello con l’andatura del genio.
Invano,
non sono riuscito a strapparti.

Gioisci,
gioisci,
mi hai sfinito!
Adesso
è tale la tristezza
che vorrei correre fino al canale
e infilare la testa nelle fauci dell’acqua.
Mi hai dato le labbra
con aria scontrosa.
Le ho sfiorate e sono gelato,
come se con labbra penitenti baciassi
un monastero scavato nella rigida roccia.

E’ sbattuta
la porta.
E’ entrato lui,
irrorato dall’allegria delle strade.
Io,
squarciato quasi dall’urlo,
gli ho gridato:
"Va bene!
Me ne vado!
Va bene!
Resterà tua.
Falle cucire tanti stracci,
che le fragili ali s’impinguino nelle sete.
Attento, però, che non voli.
Appendi come una pietra
al collo di tua moglie il monile di perle!"

Oh,
che notte!
Io stesso ho stretto sempre più forte l’angoscia.
Inorridito dal pianto e dai miei sghignazzi,
si è piegato in una smorfia il muso della stanza.

E in una visione appare l’impronta della tua immagine,
l’hai accesa sopra il tappeto coi raggi degli occhi,
é come se un novello Bjalik sognasse
l’abbagliante regina dell'ebraica Sion.

Nel tormento
sono sprofondato in ginocchio
davanti a colei che ho ceduto.
Re Alberto,
che ha ceduto
tutte le città,
è al confronto un festeggiato ricoperto di doni.

Fiori e erbe, indoratevi nel sole!
Elementi, vivete una perenne primavera!
Io voglio bere soltanto
il veleno senza fine dei versi.

Tu che hai derubato il cuore,
lasciandolo vuoto,
che hai tormentato la mia anima nel delirio,
accetta, cara, il mio dono.
Io, forse, non potrò inventarmi più nulla.

Segnate a festa il giorno di oggi.
Avverati,
sortilegio uguale alla crocifissione.
Guardate,
sono trafitto sul foglio di carta
con chiodi di parole.

(1915)

Traduzione inedita di Stefano Trocini 

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