Lunedì, 22 Luglio 2013

MAJAKOVSKIJ A DETROIT
Con queste note del 1925 su Detroit, così lontane e così vicine, profetiche, vogliamo anche ricordare il 120° anniversario della nascita del grande poeta rivoluzionario russo e la bancarotta recente della città di "mister Ford" e del fordismo

Seconda ed ultima città americana  sulla quale mi soffermo. Purtroppo non ho potuto vedere le campagne, né i campi di grano. In America è terribilmente caro viaggiare. Il pullman fino a Chicago costa cinquanta dollari (cento rubli).

Sono potuto andare solo là dove risiedono folte colonie russe e, naturalmente, operaie. Le mie conferenze erano organizzate da "Novyj Mir" e da "Freiheit", i quotidiani del partito operaio americano, russo il primo ed ebraico il secondo.

A Detroit vivono ventimila russi.

A Detroit vivono ottantamila ebrei.

Per la maggior parte si tratta di ex poveri russi, che della Russia ricordano solo nefandezze. Essendosi trasferiti qui una ventina di anni fa, guardano all'Unione Sovietica con simpatia, sicuramente con attenzione. Fa eccezione il gruppo dei fedeli di Vrangel', prelevati a Costantinopoli dai leader calvi e canuti dell'unione dei giovani cristiani. Ma anche questi personaggi presto cambieranno. Il dollaro disgrega l'emigrazione bianca più di qualsiasi propaganda. La famigerata ""Kirilica" (1), ribattezzata dagli americani "princess Cyrill" ha immediatamente ceduto dopo essere arrivata in America per ottenere il riconoscimento di Washington. S'è trovata un intraprendente manager-imprenditore e adesso si lascia baciare la manina per dieci-quindici dollari al Mondaymorning opera-club di New York.

Persino il principe Boris (2) ha fatto di tutto a New York.

Vista la popolarità di Rodcenko, si è dedicato al fotomontaggio, ha scritto articoli sulla vita di corte, ha raccontato nei minimi particolari quando e con chi gli zar si ubriacavano, illustrando i suoi feuilleton con foto montate di zar e ballerine accomodate sulle loro ginocchia, ha rivelato quando e con quale zar aveva giocato a carte, allegando anche qui foto truccate di zar sullo sfondo dei più rinomati casinò.

Questi scritti borisoviani hanno finito per prostrare persino gli irriducibili della guardia bianca. Com'è possibile con certe persone predicare l'avvento al potere delle guardie bianche? Persino i giornali bianchi hanno dovuto ammettere con tristezza che certe esibizioni sono state fatali all'idea monarchica. I bianchi che sono stati condotti qui da poco, ancora inesperti, si arrabattano nelle fabbriche. Molti di loro sono stati addottati dal signor Ford, sempre sensibile ad ogni biancore.

Gli operai di Ford li additano agli apprendisti russi: guardate, come lavora il vostro zar! E lavora anche poco, visto che Ford ha ordinato tacitamente di assumere senza il minimo indugio i russi bianchi e di non caricarli troppo di lavoro.

A Detroit ci sono tante aziende gigantesche di fama mondiale, per esempio la Parke Davis che produce medicinali. Ma sono le automobili il vanto di Detroit.

Non so ogni quanti abitanti vi sia un'automobile (mi pare ogni quattro), so però che nelle strade sono più numerose delle persone.

La gente entra nei negozi, negli uffici, nei caffè, nelle mense e le macchine aspettano all'ingresso. Stanno in file ininterrotte ai due lati della strada. Si adunano come a un comizio in certi spazi recintati, dov'è permesso posteggiarle per venticinque-trentacinque cents.

Di sera chi vuole parcheggiare la macchia deve lasciare la strada principale per una via laterale e girare una decina di minuti. Se la lasci nell'apposito recinto, per riprenderla devi aspettare che la tirino fuori da un ammasso di migliaia di macchine.

Poichè l'automobile e più grande di una persona e le persone che escono s'infilano anch'esse nell'automobile, si ha la netta impressione che le macchine siano più numerose delle persone.

Ecco le fabbriche:

Packard,

Cadillac,

I fratelli Dodge, millecinquecento auto al giorno, la seconda al mondo.

Ma la parola Ford domina incontrastata.

Ford si è consolidato proprio qui, settemila Ford nuove escono quotidianamente dai cancelli della sua fabbrica, che funziona di notte e di giorno senza interruzioni.

Ad un'estremità di Detroit c'è Highland park con capannoni da quarantacinquemila operai, all'altra Riverrouge con sessantamila operai. A Dearborn, diciassette miglia da Detroit, ci sono gli stabilimenti di montaggio degli aerei. 

Ho provato una grande emozione quando sono entrato nella fabbrica di Ford. Il suo libro, pubblicato a Leningrado nel 1923, ha venduto quarantacinquemila copie. La parola "fordismo" è ormai popolarissima fra gli organizzatori del lavoro. Della Ford si parla già come di un'azienda che potrebbe essere trasferita nel socialismo senza il minimo ritocco. Nella sua prefazione alla quinta edizione del libro il professor Lavrov scrive: "E' uscito il libro di Ford... un modello insuperabile di automobile... i seguaci di Ford sono penosi e la ragione sta tutta nella genialità del sistema escogitato da Ford, che come tutti i sistemi perfetti è l'unico a garantire la migliore organizzazione," ecc., ecc. 

Lo stesso Ford sostiene che il fine della sua teoria è rendere la terra fonte di felicità (socialista!); se non impareremo ad usare meglio le macchine, non avremo più tempo di goderci gli alberi e gli uccelli, i fiori e i prati. "I soldi sono utili solo in quanto favoriscono la libertà della vita" (del capitalista?). "Se lavori per il piacere di lavorare, per la soddisfazione che si trae dalla coscienza della giustezza del proprio operato, i soldi arrivano da sé e in abbondanza" (non me n'ero accorto!). "Il padrone Ford è socio del suo operaio, l'operaio è compagno del suo padrone." "Non vogliamo che il lavoro sia pesante, che logori i lavoratori. Ciascun operaio deve e può pensare al miglioramento dell'azienda, solo così può diventare anche lui come Ford," ecc., ecc. 

Non voglio soffermarmi sui preziosi e interessanti concetti del libro, sono stati strombazzati abbastanza e il libro non è stato neppure scritto per loro.

La visita alla fabbrica si svolge a gruppi di cinquanta persone. Si va sempre avanti, inesorabilmente. Alla testa cammina un uomo della Ford, si va in fila indiana, senza fermarsi mai. 

Per ottenere il permesso si riempie un modulo in una stanza dov'è in mostra la decimilionesima Ford con tutte le scritte per l'anniversario. Ti riempiono le tasche di volantini pubblicitari della Ford poggiati a mazzi sui tavoli. I distributori dei moduli e gli accompagnatori hanno l'aspetto dei vecchi imbonitori in pensione dei negozi di svendita. 

Inizia la visita. Una pulizia impeccabile. Nessuno si ferma neppure per un istante. Uomini con il cappello passeggiano, osservano e prendono continuamente nota di qualcosa su dei fogli di carta. Evidentemente contabilizzano i movimenti degli operai. Non si sente una parola, né rumori isolati, solo il ronzio operoso di tutta la fabbrica. Le facce sono verdastre e le labbra nere come nelle riprese cinematografiche. E' l'effetto delle lunghe lampade al neon. Dopo il reparto degli attrezzi, le presse e la fonderia comincia la famosa catena di montaggio. Il lavoro scorre davanti agli operai. Nudi telai passano come se l'automobile fosse ancora senza calzoni. Si sistemano i parafanghi, l'automobile continua ad avanzare insieme a te in direzione dei motoristi, le gru calano le carrozzerie, i cerchioni arrivano rotolando, le ciambelle dei pneumatici scendono in continuazione dal soffitto, gli operai sotto la catena battono qualcosa col martello, gli operai in piedi su piccoli e bassi carrelli armeggiano ai lati. Dopo essere passata per migliaia di mani, l'automobile assume il suo aspetto finale in una delle ultime fasi e qui sale sulla vettura il pilota, la macchina si stacca dalla catena e si dirige da sé verso il cortile. Abbiamo già visto al cinema tutto questo, ma esci dalla fabbrica ugualmente sbalordito. 

Usciamo sulla via Woodword dopo aver attraversato i reparti ausiliari con balle di lana, con migliaia di pud di alberi a gomito che volano sopra la tua testa agganciati alle catene delle gru (Ford fa da sé tutte le parti delle sue macchie, dal tessuto al vetro). Accanto si innalza la più grande centrale elettrica del mondo, anch'essa di Ford.

Un compagno di gruppo, vecchio operaio della Ford che a causa della tubercolosi ha dovuto lasciare il lavoro dopo due anni, vede anche lui per la prima volta tutta la fabbrica. Mi dice con rabbia: "Ti mostrano solo la facciata, ti porterei a veder le fucine sul River, dove la metà degli operai lavora nel fuoco e l'altra metà nel fango e nell'acqua."

La sera gli operai corrispondenti del giornale comunista di Chicago "Daily Worker" mi dicono:

- Male, malissimo. Non ci sono sputacchiere. Ford si rifiuta di metterle. Dice: "Non mi serve che voi sputiate. Mi serve che sia tutto pulito. Se volete sputare, compratevi le sputacchiere da soli".

...C'è la tecnica, è vero, ma va bene per lui, non per noi.

...Ci passa gli occhiali con il vetro spesso per una migliore protezione degli occhi, e il vetro costa anche caro. Che bontà! Ma lo fa solo perché se i vetri fossero sottili potremmo rimetterci gli occhi e allora dovrebbe pagare. Il vetro spesso, invece, viene solo scalfito, ma gli occhi ne risentono ugualmente a distanza di un paio di anni. In tal caso però non si paga.

...Per mangiare danno quindici minuti. Si consuma un pasto freddo accanto alle macchine. Secondo il codice del lavoro sarebbe obbligatorio un locale per la mensa.

...Licenziano senza nessuna indennità.

...I sindacalisti non li assumono. Non c'è la biblioteca. C'è solo il cinema. Però proiettano solo film su come si lavora più in fretta.

.. Credi che non si verifichino incidenti? Sbagli. Semplicemente non se ne parla sui giornali, morti e feriti vengono portati via su una comune macchina Ford, invece che con l'autoambulanza.

...Il sistema di Ford è solo in apparenza a orario (otto ore al giorno), in realtà è un autentico lavoro a cottimo.

...Ma come lottare contro Ford?

...Spioni, provocatori, agenti del Ku-Klux-Klan, e gli stranieri sono dappertutto più dell'80%.

Come si fa a fare agitazione in cinquantaquattro lingue? 

Alle quattro ho assistito all'uscita degli operai ai cancelli della Ford. Sfiniti, si sedevano in tram e si addormentavano.

A Detroit si registra il maggior numero di divorzi, il sistema di Ford rende gli operai impotenti.

 

Note:

(1) Kirilica, moglie di Kirill Romanov, uno dei pretendenti al trono russo dopo la fucilazione di Nicola II (1918)

(2) Principe Boris, fratello di Kirill Romanov


(Da "America" di V. Majakovskij. Voland 2004, progetto e traduzione di F. Lepre e S. Trocini)

 

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