Sabato, 06 Luglio 2013

GOLPE AL CAIRO. UNA PIAZZA NON FA PRIMAVERA
Gli USA fanno (e disfanno) come vogliono loro (e Israele)

Le forze armate egiziane sull'onda delle imponenti manifestazioni di protesta in Piazza Tahrir hanno destituito il presidente eletto Morsi, sostituendolo provvisoriamente con il presidente della Corte Costituzionale Mansour. La "road map" tracciata dai comandi militari prevede la preparazione di nuove elezioni parlamentari e presidenziali, una nuova costituzione e un processo di riconciliazione nazionale con la partecipazione dei movimenti rivoluzionari giovanili. Il futuro ci dirà se questi ultimi scossoni produrranno in Egitto un "rilancio della rivoluzione del 2011", come si è espresso El-Baradei, l'ascesa al potere di una giunta militare, oppure un bagno di sangue. Allo stato attuale nessuna di queste ipotesi può essere esclusa.
Morsi è in stato di arresto, senza precisi capi di accusa. Sono stati arrestati anche decine e forse centinaia di Fratelli Musulmani suoi stretti collaboratori, inclusi la guida suprema del movimento Mohammed Badie, il suo vice al-Bayoumi ed il capo del partito Libertà e Giustizia el-Katatni. Su ordine dei militari sono state sospese le trasmissioni del canale TV "Misr-5" della Fratellanza musulmana, mentre "Al Jazeera" ha interrotto volontariamente i programmi dopo che i servizi di sicurezza hanno fatto irruzione nei suoi studi.
"Sono il presidente eletto dell'Egitto ed il popolo deve ribadire la mia legittimità, che è legittimità costituzionale" - ha detto Morsi ai propri sostenitori. In parecchie città del paese sono immediatamente iniziate manifestazioni in suo appoggio al grido di "Via il regime militare!". Al Cairo i seguaci del deposto presidente si sono riuniti in piazza Rabaa Adaweya intorno alla omonima moschea. Gli scontri tra le fazioni contrapposte si svolgono, oltre che nella capitale, anche ad Alessandria e nella località turistica di Marsa Matrouh sulla costa occidentale. Il bilancio dei disordini è, finora, di 14 morti e 300 feriti.
Gli islamici hanno dalla loro parte le simpatie delle masse rurali patriarcali e poco istruite, dove la moschea è la sola struttura sociale esistente nel territorio. Nei centri urbani, specie quelli grandi, prevalgono ben altri umori. A piazza Tahrir, ad esempio, non si sono visti neppure dei tafferugli, poichè gli oppositori di Morsi erano milioni contro appena qualche migliaio di suoi sostenitori. Qui la notizia della destituzione del presidente è stata accolta con urla di gioia e fuochi d'artificio fino all'alba.
L'annuncio ufficiale della destituzione di Morsi è stato dato dal ministro della Difesa al-Sissi alla presenza dei rappresentanti del clero islamico e cristiano, oltre che della opposizione facente capo ad El-Baradei. Con questo si intende sottolineare che il nuovo Egitto appartiene a tutto il popolo. Anche Morsi aveva espresso lo stesso pensiero, però con la propria condotta politica ha privilegiato in sostanza il radicalismo musulmano.
L'imam di al-Azhar si è dichiarato favorevole alla "road map" dei militari per la convocazione rapida di nuove elezioni parlamentari e presidenziali. Il patriarca copto ortodosso Tawadros II ha detto che questa via riflette gli interessi di tutti gli egiziani, il 10% dei quali professano il cristianesimo, e sottolineato in particolare che tutte le decisioni sono state adottate "per amore del popolo dell'Egitto e per il suo futuro". Ampi strati della popolazione sostengono che i Fratelli Musulmani hanno provocato in un anno tanti danni quanti ne ha provocati Mubarak in trenta.
Le proteste del gennaio-febbraio 2011 avevano avuto motivazioni di natura sociale. La gente e specialmente i giovani (che in Egitto sono una quota della popolazione totale tra le più elevate al mondo) chiedevano lavoro, salario e istruzione e si scagliavano contro la corruzione dilagante e gli abusi polizieschi. Naturalmente nessuna forza politica avrebbe potuto risolvere in pochi mesi problemi di tale portata, però gli islamici li hanno trascurati ed hanno preferito dedicarsi alla realizzazione di un imprecisato "califfato sunnita". Le loro ambizioni, inoltre, sono andate anche al di là dei confini nazionali, arrivando fino alla Siria. Morsi aveva ripetutamente incitato la comunità internazionale a fare di tutto per defenestrare Assad, meno di un mese fa aveva chiesto all'ONU una no-fly zone sulla Siria ed aveva rotto le relazioni diplomatiche con questo paese. Attratto da aspirazioni globali, non si è accorto che gli egiziani sono contrari alla "jihad mondiale" o a leggi sul taglio religiosamente corretto dei pomodori, che un paese dalle forti tradizioni laiche si rifiuta di appartenere a un"califfato sunnita" dove gli infedeli o presunti tali perdono qualsiasi diritto.
E' assai significativa la reazione del presidente siriano al golpe. Assad ha detto che in Egitto si è consumato il fallimento di quello che si usa definire "islam politico" e che quando la religione viene utilizzata negli interessi dell'uno o dell'altro gruppo si va dappertutto alla rovina. Assad, come tutti sanno, è avversario di Morsi. Ma quanti amici di ieri del destituito presidente egiziano gli hanno subito voltato le spalle, come ad esempio il re dell'Arabia Saudita Abd Allah ed il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi uniti al Nayan?
La reazione dell'Occidente è apparsa più moderata. In fondo Morsi si è dimostrato dall'inizio un alleato fedele degli USA e della NATO, specie rispetto al conflitto siriano, ed il cambio al vertice è avvenuto nel format di un putsch militare, sia pure sulla scia di imponenti manifestazioni popolari. I militari hanno appoggiato e difeso i dimostranti di piazza Tahrir e sono apparsi agli occhi della gente non come usurpatori, ma come eroi. Se Morsi era, lo ripetiamo, un alleato dell'Occidente, pure le forze armate egiziane hanno da tempi lontani ottimi rapporti con gli USA, tanto che Obama si è ben guardato dal definire un golpe militare quanto si è verificato al Cairo, pur dicendosi "profondamente preoccupato" ed auspicando un rapido ritorno alla democrazia. Da parte sua, il segretario dell'ONU Ban Ki-moon ha detto che l'ingerenza militare suscita sempre qualche patema e che perciò bisogna presto tornare a forme di amministrazione civile e ripristinare il sistema democratico. Catherine Ashton della EU ha espresso lo stesso auspicio.
Il futuro dell'Egitto dipende tuttavia dalla eventualità che le scaramucce locali si tramutino in scontri armati su vasta scala tra sostenitori e oppositori del Fratelli Musulmani, anche se ciò dopo l'intervento dei militari pare poco probabile. E' importante anche la disponibilità delle gerarchie delle forze armate a riconsegnare le leve del potere nelle mani dei civili. Senza contare che il colpo subito dai Fratelli Musulmani potrebbe rianimare i fautori di Mubarak. Intanto, per ironia della sorte, i leader della Fratellanza si trovano nelle celle del carcere di Tora, lo stesso dove stanno scontando la pena o attendono il giudizio gli esponenti del regime del Rais ed il Rais medesimo.

Pavel Spiridov

(traduzione dal russo di Stefano Trocini)

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