Domenica, 05 Maggio 2013

IL FASCISMO IN ITALIA
Scialuppa di salvataggio della borghesia nella bufera della crisi

Alla fine della prima guerra mondiale l'Italia versava in una disastrosa condizione economica. Malgrado si fosse sviluppata l'industria pesante, il debito interno del paese si era triplicato e quello estero s'era fatto gravoso. Rispetto al periodo prebellico i prezzi dei beni di consumo erano cresciuti nel 1920 di ben 4,5 volte. In risposta al peggioramento delle condizioni di vita gli operai decisero di organizzarsi. Gli iscritti alla Confederazione Generale del Lavoro (CGL) salirono da 249,039 nel 1918 a 1.159.062 nel 1919 ed a 2.320.163 alla fine del 1920. Complessivamente, i sindacati univano nel 1920 oltre 3,8 milioni di lavoratori, cinque volte di più di prima della guerra.
I proletari, però, non si fermarono qui e costituirono la struttura dei delegati operai. Il movimento operaio volle sottrarsi in tal modo al controllo dei sindacati, acquisendo una fisionomia di base e più radicale. Nel marzo del 1919 si verificò l'inevitabile: la prima occupazione di una fabbrica da parte delle maestranze. Nel corso dell'anno i consigli operai si diffusero in tutto il paese. Il movimento raggiunse l'apice nel settembre del 1920, quando 500.000 scioperanti presero il totale controllo dei loro stabilimenti. Le fabbriche autogestite continuavano a funzionare regolarmente ed a pagare i salari. Ma il 19 settembre i rappresentanti "ufficiali" del movimento operaio, ovvero i dirigenti del Partito Socialista e della CGL, si accordarono con il governo Giolitti che concesse un aumento salariale del 20%, contro il 60% richiesto, e promise la partecipazione operaia alla gestione delle imprese. Nel momento in cui la rivoluzione muoveva in Italia i primi passi, gli operai si videro costretti a lasciare le fabbriche occupate a causa della tendenza prevalsa in seno al movimento socialista.
Oltre alla CGL ed al Partito Socialista, che rappresentava il grosso degli operai organizzati, oltre al movimento spontaneo di base dei consigli (formati dagli operai indipendentemente dall'appartenenza di partito e sindacale), esisteva anche l'ala anarco-sindacalista del movimento operaio costituita dall'Unione Sindacale Italiana (USI). Fondata nel 1912 da fuoriusciti della CGL, l'USI appoggiò attivamente i consigli operai. Nel febbraio del 1920 promosse l'occupazione di 15 fabbriche e nell'agosto-settembre dello stesso anno prese parte ad altre 300 iniziative analoghe. In quel periodo l'USI contava mezzo milione di iscritti, una minoranza consistente, ma pur sempre una minoranza della classe operaia attiva, per cui quando i sindacalisti burocrati andarono al compromesso con Giolitti all'USI mancarono le forze per sostenere in solitudine l'ondata delle occupazioni. Nonostante questo l'USI, orientata all'azione diretta, continuò ad essere una forza non assoggettata al controllo dello stato.
"La rivoluzione non si è compiuta non perché noi siamo riusciti a contrastarla, ma perché la Confederazione del Lavoro non l'ha voluta", - così scrisse il "Corriere della Sera" dopo gli avvenimenti del settembre 1920. Ma il compromesso, pur se cancellò dall'ordine del giorno la rivoluzione sociale, non riuscì ad accontentare gli operai più radicali e neppure i capitalisti. Gli industriali non nascosero di aver accettato l'accordo solo per obbedire al governo, all'autorità dello stato. Di per sè le condizioni pattuite il 19 settembre erano per loro inaccettabili: "Possiamo lavorare con 10.000 operai, -dicevano, - non con 10.000 nemici". La borghesia riuscì a fermare l'avanzata della rivoluzione, ma non fu in grado di riportare l'ordine. Per farlo gli serviva il fascismo.


Mussolini proveniva dalle file della "sinistra". Direttore del'"Avanti!", organo ufficiale del Partito Socialista, irriducibile anticlericale e repubblicano, all'inizio della guerra si attenne alle direttive del partito: "O il governo si piega alla sua volontà, o il proletariato lo costringerà a piegarvisi con ogni mezzo". Ma ben presto cambiò opinione sulla guerra ed abbracciò l'interventismo, senza tuttavia abbandonare la fraseologia socialista. Disse che la guerra era un bene, se portava con sè la rivoluzione, affermazione che non piacque ai suoi compagni socialisti e perciò decise di uscire dal partito. Dopo aver fondato "Il popolo d'Italia" all'insegna del motto "Oggi la guerra, domani la rivoluzione", organizzò i Fasci di azione rivoluzionaria su posizioni interventiste. Nel maggio del 1915, quando il problema della partecipazione dell'Italia alla guerra giunse all'ordine del giorno, Mussolini chiese al Re una decisione immediata: "O la guerra, o la repubblica!" affermò, minacciando le basi costituzionali della monarchia, se questa non si fosse schierata con l'Intesa.
Benito Mussolini non fu il solo dirigente del movimento operaio a cedere alla foga patriottica. Persino nella anarco-sindacalista USI, forza coerentemente antimilitarista, vi eranono attivisti favorevoli all'intervento fin dall'inizio del conflitto come, ad esempio, Alceste de Ambris e Michele Bianchi allontanati dall'USI nel consiglio generale del settembre 1915.
Sotto il profilo culturale il fascismo ebbe una matrice futurista. Il fondatore della corrente Tommaso Marinetti nel suo primo manifesto fece l'elogio della rivolta contro i musei, della lotta dei giovani contro gli anziani, della volontà di rinnovamento, del disprezzo delle autorità. Tuttavia, dopo l' elogio alla rivolta, all'audacia e al coraggio, Marinetti disse pure che "noi esalteremo la guerra come la sola igiene del mondo, il militarismo, il patriottismo, gli atti distruttivi dei liberatori, le idee belle per le quali vale la pena morire, il disprezzo della donna". Certo è difficile collegare queste frasi con l'istinto di ribellione e la contrarietà all'autoritarismo che aveva precedentemente elogiato. Il militarismo presuppone la gerarchia e la disciplina. Comunque, il culto della giovinezza, l'aggressività e il disprezzo della morale tradizionale nerano nel sangue delle giovani e scalpitanti "camice nere"!


Dopo la fine della guerra, il 23 marzo 1919,  vennero fondati i fasci di combattimento. In giugno Marinetti scrisse con De Ambris il primo manifesto fascista, che Mussolini pubblicò sul "Popolo d'Italia".
Nel manifesto si invocavano il diritto di voto universale, anche per le donne, lo scioglimento del Senato e la convocazione dell'Assemblea Nazionale per la stesura della Costituzione, la giornata lavorativa di 8 ore, la partecipazione dei rappresenti operai nella gestione dell'economia, l'abbassamento dell'età di pensione da 65 a 55 anni, la nazionalizzazione dell'industria bellica, un'imposizione altamente progressiva per i ricchi, la confisca di tutti i beni della chiesa e l'abolizione delle diocesi, una politica estera di pace per la promozione degli interessi italiani.
Allora, a parole, il fascisti appoggiarono in una serie di casi anche le manifestazioni popolari. "Noi dichiariamo piena solidarietà alle varie province rivoltatesi contro coloro i quali le affamano... Occorrono azioni concrete e decise. Nella lotta per la conquista dei propri sacrosanti diritti la folla riverserà la sua rabbia non solo contro i beni dei criminali, ma anche contro le loro persone..." - ecco cosa scrisse "Il popolo d'Italia" nel 1919. A quel tempo Mussolini sosteneva la necessità di andare incontro al lavoro, di insegnare agli operai l'arte della gestione e si pronunciò a favore del sindacalismo nazionale. Lo spirito anticlericale del primo manifesto fascista si riflesse in svariate dichiarazioni di Marinetti sulle pagine della stampa fascista: "il prete è fratello del gendarme"; domani e dopodomani non ci rimane altro da fare che cominciare a gettare le bombe fra i piedi di questi nostri nemici, il prete e il gendarme".
Alla demagogia sociale si aggiunse quella nazionale. Fin dal primo Congresso fascista Mussolini lanciò l'idea della Grande Italia, parlando della necessità di riunire ad essa Fiume e la Dalmazia, di riunificare "persino quegli italiani che non desiderano esserlo: gli italiani della Corsica, gli italiani che vivono dall'altra parte dell'oceano in quanto enorme famiglia che vogliamo radunare sotto l'egida del comune orgoglio di razza". Mussolini solidarizzò con i legionari di D'Annunzio che presero Fiume pronunciando le seguenti parole: "Fiume vuol dire rivolta della grande Proletaria (l'Italia, N.d.T.) contro la nuova santa alleanza della plutocrazia mondiale. Proletari! I socialisti si vendono a Nitti e alle grandi banche!"
Le elezioni dell'autunno del 1919 non andarono bene per il partito fascista. Neppure Mussolini e Marinetti riuscirono a entrare in Parlamento. A Milano ebbero appena 4 700 voti. Il movimento dei fasci, del resto, contava appena 17 mila iscritti, ben misera cosa al confronto del movimento socialista.
Dopo la sconfitta elettorale Mussolini non ebbe alcun problema a vestire i panni dell'anarchico e nel 1920 scrisse: "Abbasso lo stato in tutte le sue incarnazioni! Lo stato di ieri, di oggi e di domani! Lo stato borghese e lo stato socialista! A noi, fedeli all'individualismo morente, resta solo per il triste presente e l'oscuro futuro la forse assurda, ma consolante fede dell'Anarchia". Per capire questa brusca svolta occorre tener presente che in quel frangente si verificò un forte incremento degli scioperi. E Mussolini faceva molta attenzione a seguire la corrente, cosa che non si premurava affatto di nascondere. "Il popolo d'Italia"scrisse infatti: "Ci permettiamo il lusso di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, rivoluzionari e reazionari, legalitari ed illegalitari, a seconda delle circostanze e degli ambienti in cui siamo costretti ad agire". In questo contesto si inserisce bene la dichiarazione del futuro duce secondo cui i fascisti fanno ricorso a seconda delle circostanze "alla collaborazione di classe, alla lotta di classe ed alle espropriazione di classe". Nelle loro parole i fascisti evitarono deliberatamente ogni determinatezza e coerenza, ragion per cui all'inizio si astennero dal costituire un partito, proprio per non dover sposare una precisa dottrina politica. Persino dopo la conquista del potere Mussolini disse nella sua dichiarazione al Parlamento: "L'Italia non ha bisogno di programmi, ma di uomini sufficientemente forti e decisi per realizzare i programmi". Allora i fascisti non assunsero una posizione sistematica ma solo abbozzi di idee, come Mussolini riconobbe nella "Dottrina del fascismo" pubblicata nel 1932. La dottrina si formò nell'azione, nelle battaglie di piazza, nelle spedizioni punitive, "all'inizio come negazione furibonda e dogmatica, come capita con tutte le idee in formazione, poi in forma di costruzione positiva che si realizzò progressivamente nel 1926, 1927 e 1928 attraverso le leggi e gli istituti del regime". In parole povere il fascismo significò azione per il bene di tutti senza preoccuparsi se questo "bene" era contraddittorio nei suoi vari aspetti e con se stesso.
Per la verità una idea esisteva ed era l'idea di ristrutturare il potere sulla base della rappresentanza dei singoli interessi. E' qui che nasce lo stato corporativo, da qui traggono alimento i discorsi sulla natura al di sopra delle classi del movimento fascista. Ovviamente, con simili idee qualsiasi demagogia sociale si trasforma in populismo assoluto. Ogni volta che l'identità operaia e di classe si è confusa con quella nazionale al di sopra delle classi ha vinto quest'ultima.
Da qui nacquero i discorsi sull'ordine e la disciplina, l'aspirazione a stabilire la pace fra le classi "per la prosperità della nazione", in altri termini per garantire la continuità del dominio borghese. In tal senso è significativo l'intervento di Mussolini in Parlamento per rispondere al socialista D'Argone: "State tranquilli, se i circoli capitalistici sperano di ottenere da noi privilegi esagerati, ebbene, si sbagliano. Non li avranno mai. Però, d'altro canto, se alcuni circoli operai imborghesiti contano di trarre dal nostro sistema ingiustificati vantaggi elettorali e di altro genere, ebbene si sbagliano. Non li vedranno mai". Tutta questa retorica trovò il suo apice nella "Dottrina del fascismo", dove si negava la lotta di classe e si professava lo stato forte che con la forza concilia le contraddizioni di classe, impone la disciplina, rispetta la religione, propaganda il militarismo e la guerra.


Questa mobilità di accenti nella retorica è facilmente spiegabile. A partire dalla primavera del 1920 ebbe inizio la crescita del movimento fascista. Esso era gradualmente uscito dall'ombra: mentre nel 1921 i fascisti erano 150 mila, nell'estate del 1922 erano già 470 mila e al momento della presa del potere 1 milione! Qual'era la composizione di classe del movimento? Stando ai dati del suo Congresso del novembre 1921 la composizione era la seguente: gli operai dell'industria 24 mila, i lavoratori agricoli 34, i proprietari terrieri 18, gli studenti 20, gli impiegati pubblici e privati 22, gli esponenti della borghesia industriale e mercantile 18, i liberi professionisti e gli insegnanti 12. Prevaleva la cosiddetta classe media, i lavoratori erano solo un terzo. Quanto agli operai ed i contadini non si sapeva di quali operai e contadini si trattasse, se erano rispettivamente capimastri altamente qualificati oppure braccianti. Nelle città si era verificato il deprezzamento del lavoro intellettuale: gli operai in sciopero ottenevano aumenti di salario solo per se stessi. Nelle ferrovie questi aumenti ammontavano al 100 per cento per le categorie più elevate e fino al 900 per cento per quelle più basse. Resta il fatto che nelle file fasciste gli operai erano pochi: appena 72 mila su 470 mila nell'estate del 1922.
Nelle campagne c'era stata la ripartizione delle terre e i contadini medi ed agiati timorosi di perdere le proprietà riacquistate e scontenti dei limiti imposti allo sfruttamento della manodopera miravano all'organizzazione politica e così nella seconda metà del 1920 cominciarono ad entrare in massa nelle associazioni degli agrari. Qui finirono immediatamente sotto l'egemonia dei grandi proprietari terrieri legati a doppio filo al capitale finanziario. Più o meno nello stesso periodo, per proteggere i terreni riacquistati, essi iniziarono a costituire le squadre di autodifesa, alla cui organizzazione presero parte attiva i grandi agrari.
Mussolini si era dimostrato profetico quando disse: "Oggi la guerra, domani la rivoluzione", ma quando la rivoluzione arrivò in Italia, lui e i suoi si impegnarono a reprimerla. Nel 1921 distrussero 726 sedi di organizzazioni dei lavoratori specie nei centri rurali, in quelle zone dove avevano luogo i conflitti sociali più aspri in seno al mondo contadino: 276 nella pianura padana e 137 in Toscana, solo 141 in località urbane anche perché nelle città fu opposta una resistenza organizzata.
Ricordando quei tempi Mussolini dirà in seguito: "Si battagliava nelle città e nelle campagne, ci si scontrava ma, cosa più sacra e significativa, si moriva". Nella primavera-estate del 1921 i fascisti assaltarono le camere del lavoro in Liguria, Toscana ed Emilia. Prima, il 27-28 febbraio, avevano attaccato la camera del lavoro dell'Unione Sindacale Italiana (USI) a La Spezia ed i sindacalisti di Genova erano stati arrestati. Il 12 maggio un secondo attacco incontrò una decisa resistenza, ma alla fine la sede fu completamente devastata. Simili bollettini caratterizzano meglio di ogni altra cosa la portata dello scontro tra i fascisti e il movimento operaio. Da qualche parte, come a Piombino, le camicie nere tentarono più volte senza successo di prendere la camera del lavoro, trasformata in una minuscola fortezza, ma furono messi in fuga. Contemporaneamente, contro le squadre fasciste si formò anche il primo movimento antifascista della storia, gli "Arditi del popolo". Alla fine del 1921 queste organizzazioni semi-militari contavano 20 mila uomini. Le più agguerrite erano in Toscana, dove pure i fascisti risultavano numerosi (a Sarzana in uno scontro erano stati uccisi 20 fascisti) e nel Lazio dove gli Arditi del popolo furono sconfitti soltanto dopo l'avvento dei fasci al potere. In queste regioni lo scontro fu più duro che altrove. I fascisti godettero, per la verità, di una serie di vantaggi: avevano accesso facilmente alle armi, al contrario dei socialisti, ed i gendarmi non li arrestavano volentieri. A Piombino gli operai respinsero i ripetuti tentativi fascisti di occupare le strade e riuscirono persino a prendere il controllo della città, ma alla fine dovettero cedere alle forze congiunte dei fascisti e della forza pubblica. I sindacalisti dell'USI furono arrestati più volte. Dopo la distruzione della Camera del Lavoro dell'Unione a Firenze e Lucca, ad esempio, il governo fece arrestare i quadri del sindacato. Oltre alle forze repressive dello stato, che armavano gli squadristi e li aiutavano in ogni maniera, anche il grande capitale provvedeva a finanziarli. Secondo De Felice il 71,8 per cento del denaro arrivava dalle associazioni industriali e finanziarie, l'8,5 dagli istituti di credito e il 19,7 dai privati. Il finanziamento dei fascisti ad opera delle banche è confermato da una lettera del prefetto di Milano al ministro dell'interno.


Il 25 ottobre del 1922, il giorno dopo l'apertura del Congresso di Napoli partì la marcia su Roma. Uno dei "quadrunviri" della marcia era Michele Bianchi, espulso dall'USI per interventismo. Il 29 ottobre Mussolini giunse nella Città Eterna su invito del Re che lo incaricò di formare un nuovo governo. Il Parlamento accolse il suo discorso con applausi fragorosi. Giolitti definì il fascismo lo sbocco naturale della situazione determinatasi e affermò che il nuovo esperimento socio-politico andava lealmente accettato. La Camera dei deputati, dove sedevano in tutto una cinquantina di fascisti, diede la fiducia al nuovo governo con 300 si contro 100 no dei socialisti.
Si può sostenere che i fascisti dopo l'avvento al potere applicarono il programma del 1919? Mussolini disse che "il governo fascista non può e non vuole fare una politica antioperaia, sarebbe sciocco e insensato...Non dovete aver paura del mio governo. Il nostro stato concilierà gli interessi di tutte le classi. Esso vuole la grandezza della nazione". Ma quali conquiste sociali ottennero gli operai dai fascisti? Invece del controllo operaio venne loro elargita nel 1927 la "Carta del lavoro". La nuova legge riconobbe solo i sindacati sottoposti al controllo statale. Questi, insieme alle associazioni dei datori di lavoro, dovevano costituire le corporazioni, che a loro volta stilavano i contratti collettivi per la regolamentazione delle tariffe salariali e l'orario di lavoro. I conflitti di lavoro che le corporazioni non riuscivano a conciliare dovevano essere affidati ai tribunali. Ogni violazione della disciplina del lavoro e del normale andamento della produzione andava severamente punita, di fatto vigeva il divieto di sciopero. In sostanza gli operai erano assoggettati completamente all' arbitrio delle autorità e privi di ogni diritto di difendere i propri interessi. L'anno prima si era autosciolta la Conferenza Generale del Lavoro (CGL). Gli operai furono inseriti d'autorità nei sindacati statali, sottomessi e disciplinati per regolamento. Tutto ciò fu motivato da ragioni di interesse nazionale. Al contrario, ai proprietari fu garantito che l'intervento statale ci sarebbe stato soltanto se essi non si fossero mostrati in grado di svolgere con efficienza l'attività produttiva, oppure se fossero entrati in gioco gli interessi dello stato. In tal modo si affermò certo il principio della regolazione statale dell'economia, ma senza alcuna espropriazione: al massimo ci si limitava alla possibilità di imporre un manager pubblico, ma non si accennava neppure ad una nazionalizzazione persino dei settori strategici, come invece si era ventilato nel 1919. Era la linea che Mussolini aveva tracciato fin dal 1921: "lo stato è diventato ipertrofico, elefantiaco, enorme, e quindi vulnerabile dall'esterno. Esso ha assunto troppe funzioni economiche che andrebbero lasciate al libero gioco dell'economia privata... Siamo per il ritorno dello stato alle funzioni sue proprie, quelle politico-giuridiche... Sia rafforzato lo stato politico e smobilitato quello economico!.." Pure la politica fiscale si rivelò diametralmente opposta alle rivendicazioni fasciste del 1919: il cardine dell'imposizione fiscale fu spostato dalle imposte dirette a quelle indirette e le prime furono trasformate da progressive in proporzionali. Il potere esortò apertamente i cittadini ad accumulare e ad arricchirsi.
Il ripudio delle posizioni originarie non si verificò soltanto nella politica sociale. Da movimento anticlericale che proponeva l'abolizione delle diocesi e la nazionalizzazione delle proprietà ecclesiastiche il fascismo finì per ergersi a difesa del cattolicesimo. Attraverso i Patti Lateranensi del 1929 riconobbe il cattolicesimo come unica religione di stato. Al posto della politica estera di pace arrivarono addirittura le armi chimiche in Etiopia. Gradualmente, ma con costanza, Mussolini aveva ribaltato in toto le posizioni con cui aveva iniziato la sua carriera politica.


In pratica il fascismo confermò la tesi, secondo cui il potere politico è la violenza di una classe per la repressione dell'altra. Lo stato esiste per il mantenimento della gerarchia delle classi. Quando gli oppressi si rivoltano e si crea il reale pericolo che le classi privilegiate possano perdere i loro privilegi, è logico che queste ultime si richiamino all'idea dello "stato forte capace di riportare l'ordine", cioè all'idea del rafforzamento dello stato per sedare i conflitti di classe e garantire la loro posizione di privilegio nelle relazioni socio-economiche. Sta tutta qui la funzione sociale del fascismo. Quando lo stato non riesce più a porre fine alle agitazioni con i metodi consueti, quando la classe dominante è lacerata dalle contraddizioni, arrivano i fascisti ed impongono la "collaborazione di classe" con l'ausilio del manganello.
Il fatto che il fascismo ebbe inizialmente una massiccia diffusione nelle campagne si spiega con la mancanza, all'epoca, di normali meccanismi di sottomissione dei braccianti e dei contadni poveri attraverso i rapporti capitalistici, motivo per cui il conflitto di classe assunse nelle campagne una particolare asprezza.
Nelle città il compito di integrare gli operai nel capitalismo fu svolto dai sindacati, che fecero da mediatori fra lavoro e capitale, conducendo le trattative e firmando i contratti collettivi con l'obiettivo di impedire azioni troppo brusche da parte delle maestranze e violazioni delle intese. Così facendo, essi disciplinarono le masse operaie ed obiettivamente contribuirono a salvaguardare gli interessi capitalistici. Nel biennio rosso si ebbe una crescita del movimento operaio spontaneo che organizzò i consigli di fabbrica e non si attenne neppure entro alle clausole degli accordi ottenuti dall'USI. La CGL frenò come potè i processi rivoluzionari e in questo ebbe successo, ma non potè farlo alle condizioni auspicate dai capitalisti e dagli imprenditori, che alla fine si schierarono con il fascismo
Via via che crebbe, il fascismo subì un processo di evoluzione, si spogliò del proprio radicalismo e si prefisse l'obiettivo di riportare l'ordine coi metodi della forza. Ma fin dall'inizio, quando appoggiava a parole le manifestazioni operaie, non potendo rivaleggiare in radicalismo con gli anarchici ed i sindacalisti e trarre da ciò vantaggio, esso rinunciò a questo atteggiamento e di buon grado accolse nei suoi ranghi i "privilegiati umiliati". Quanto al sindacalismo, bastano gli esempi di Bianco e De Ambris per capire che quando questo sindacalismo si ammanta dei colori nazionali rinuncia a se stesso. Non è possibile confondere l'identità di classe con quella nazionale al di sopra delle classi, esse sono in contraddizione l'una con l'altra. Persino il Manifesto del 1919 si distinse per una estrema moderazione rispetto alla teoria sindacalista-rivoluzionaria. Lo stato corporativo rappresentò la logica conseguenza di questa diversità.
Se si guarda alla sua biografia, lo stesso Duce, prima fervido socialista e poi combattente della rivoluzione sociale e nazionale, alla fine aderì all'idea della moderazione degli egoismi di classe a beneficio dell'unità della nazione. Ma, una volta represso il movimento operaio, egli non riuscì ad eliminare l'antagonismo di classe. Si collocò semplicemente dalla parte dei padroni. Seguì il corso della corrente,  restando dentro i parametri dominanti della vita sociale, tentò di accontentare tutti mostrando di essere un indice dei processi sociali, piuttosto che un fattore degli stessi. A dispetto della sua ostentata vanità il Duce fu soltanto una figura secondaria della lotta fra gli opposti interessi di classe.

Serghej Gunner(storico)

(Traduzione dal russo di Stefano Trocini)
da : www.rkrp-rpk.ru, 08/04/2013
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