Martedì, 16 Aprile 2013

INTERVISTA DEL PRESIDENTE SIRIANO ASSAD ALLA TV TURCA “ULUSAL”

- Sono lieto, signor presidente, di salutarla a nome del canale televisivo “ULUSAL”. Per prima cosa le rivolgo una domanda che può sembrare inusuale, ma voglio farla perché i media turchi e internazionali spesso affermano che lei sarebbe stato ucciso oppure sarebbe fuggito via dal paese. Mi può confermare che lei è vivo?

- Innanzi tutto saluto lei e la sua troupe qui in Siria. Mi fa piacere parlare con lei, poiché posso rivolgermi al popolo fratello della Turchia. E' evidente, come può constatare che sono vivo e nella mia terra. Non mi nascondo in nessun bunker sotterraneo. Certe voci sono diffuse al solo scopo di demoralizzare il combattivo popolo siriano. Non vivo in nessuna nave militare russa e neppure in Iran. Vivo qui in Siria, dove sono sempre vissuto.

- Come sa, nell'ultima seduta della Lega araba il posto della Siria è stato dato agli esponenti dell'opposizione. Si è apertamente messa in discussione la legittimità della Siria. Forse si vuol far intendere che lei è ormai privo di legittimità dal momento che il seggio nella Lega araba è stato assegnato all' opposizione? Lei quindi non sarebbe più rappresentato in questo organismo?

- A dire il vero, chi non ha legittimità è proprio la Lega araba. Questo organismo rappresenta infatti soltanto gli stati arabi, non i popoli arabi. Esso da tanto tempo ha perso la sua legittimità, poiché questi stati arabi, che hanno posizioni diverse, non riflettono minimamente la volontà e gli interessi dei loro popoli. La Lega araba, dunque, non può dare né privare chicchessia della legittimità. La sua iniziativa è stata un atto prettamente simbolico allo scopo di creare la illusione della nostra illegittimità. La vera legittimità non può essere conferita da organizzazioni internazionali o da autorità che si trovano fuori dal nostro paese, in altri stati. Solo il popolo ha il diritto di dare o revocare questa legittimità. Se il popolo ci rifiuta, noi diventiamo illegittimi, al contrario se il popolo ci appoggia siamo legittimi presidenti. Tutto il resto non ha alcun senso ed è solo un cumulo di macchinazioni che non ci preoccupano.

- Abbiamo decisioni ed atti intrapresi contro il suo paese da parte di stati arabi e dell'Occidente. Invece i paesi del BRICS, che seguono l'evolversi degli eventi in Siria, assumono decisioni diverse da quelle degli stati arabi e occidentali. Come valuta l'operato, la politica e le decisioni dei paesi del BRICS?

- Le sue parole sottolineano un aspetto importante e cioè che il conflitto in Siria non è un conflitto interno già dall'inizio. In Siria vi erano certamente dei problemi di natura interna, però il dato di fondo di quel che è accaduto va connesso coi progetti di revisione della geografia politica nella regione e con il conflitto di interessi delle grandi potenze. La costituzione del BRICS come blocco significa che gli Stati Uniti non sono più l'unica potenza globale della Terra, oggi esistono partner le cui posizioni e interessi non possono essere ignorati quando si decidono delle cose a livello internazionale. Il BRICS non appoggia me in quanto presidente della Siria, ma è interessato alla stabilità nella regione. Tutti sanno che se l'instabilità in Siria dovesse portate alla divisione del paese, se le forze terroristiche dovessero prendere il controllo della Siria, ciò si rifletterebbe inevitabilmente sui paesi confinanti. Poi si avrà l'effetto domino in tutto il Medio Oriente ed anche oltre, ad est e ad ovest, a nord e a sud. Ciò porterebbe ad uno stato di tensione, per molti anni, forse anche per decenni. Proprio per questo i paesi del BRICS hanno deciso di appoggiare una soluzione politica in Siria, nonostante il volere contrario degli stati occidentali. Quanto a certi paesi arabi o forze regionali che sono schierati contro la Siria, è evidente che la maggioranza di tali paesi non è indipendente e quindi non può prendere decisioni politiche indipendenti. Essi operano sotto il diktat di ambienti stranieri. Se fosse per loro appoggerebbero pure una decisione politica in Siria. Ma poiché prendono ordini dall'Occidente preferiscono eseguire gli ordini. E' questa la realtà nella regione e su scala internazionale.

- Signor presidente, negli ultimi due anni abbiamo assistito in Siria ad un conflitto armato. Una delle due parti in conflitto è appoggiata dagli Usa, dalla Francia, dalla Turchia e da alcuni paesi del Golfo. Questi stati sostengono che la gente lotta contro il “regime”. Più di cento paesi hanno dichiarato che lei deve andarsene. Pensa di dimettersi e passare il potere ad altri.

- La sua domanda sottintende che un gran numero di stati occidentali e loro alleati, ivi compresi la Turchia e una serie di regimi arabi, sono contro di me come presidente della Siria. Si afferma pure che il popolo sarebbe anch'esso contro il presidente. Ma se così fosse, come è possibile che il leader sia ancora al proprio posto? Com'è possibile che la Siria continui a resistere da due anni? Io non sono preoccupato per il fatto che gli stati stranieri sono contro di me. Sono stato eletto presidente dal popolo siriano. Soltanto i siriani devono decidere quando il presidente entra in carica oppure, al contrario, quando deve andarsene. Questo è un problema interno siriano, sul quale può decidere soltanto il popolo siriano, non gli stati che pretendono le mie dimissioni. Ma davvero questi stati sono interessati alla democrazia in Siria? Sono preoccupati dello spargimento di sangue del popolo siriano? Cerchiamo di essere sinceri. Cominciamo dagli Stati Uniti, che come vediamo appoggiano i crimini perpetrati da Israele da decenni, da quando questo stato fu costituito nella nostra regione. Gli Stati Uniti hanno compiuto assassini di massa in Afghanistan e in Iraq, milioni di persone sono state uccise, ferite e gettate in prigione. Francia e Inghilterra hanno ucciso tanta gente in Libia con l'appoggio e la copertura degli USA. Il governo turco è oggi immerso fino alle ginocchia nel sangue siriano. Ma tutti questi stati sono davvero preoccupati del sangue del popolo siriano?

- Lei ha detto che quel che sta succedendo in Siria è appoggiato dall'esterno. Ma noi ora siamo a Damasco e si sentono esplosioni e spari. Perché succede tutto questo?

- Siamo circondati da paesi che aiutano i terroristi. Certo, non tutti i paesi lo fanno intenzionalmente. L'Iraq, per esempio, è contro l'ingresso di terroristi in Siria, ma purtroppo è condizionato da determinate circostanze che non gli permettono di controllare le sue stesse frontiere. In Libano ci sono partiti e forze favorevoli all'invio di terroristi in Siria, ma ve ne sono altre che invece si oppongono. La Turchia ufficialmente copre i terroristi e li fa entrare in Siria. Alcuni terroristi entrano dalla Giordania e non è chiaro se questo sia l'effetto di una precisa scelta delle autorità. Finché tutti questi terroristi continueranno illegalmente ad infiltrarsi nel nostro territorio noi continueremo, naturalmente, a lottare contro di loro. Si tratta di una guerra nel vero senso della parola. Non si tratta di incidenti isolati. I terroristi vengono spediti in Siria a migliaia, forse a decine di migliaia. Perciò non c' è da meravigliarsi se il rumore gli scontri a fuoco si sente in tante province siriane.

- Signor presidente, lei ha detto che il governo turco appoggia ufficialmente e pubblicamente i terroristi e gli fornisce aiuti di vario tipo. Sappiamo tuttavia che fino a poco tempo fa avevate buoni rapporti con il governo della Turchia. Cosa è accaduto? Perché si è arrivati alla situazione odierna?

- Forse Erdogan ha visto negli avvenimenti nel mondo arabo la occasione di prolungare la sua vita politica. La sua mentalità è la stessa dei “Fratelli musulmani”. La Siria ha una esperienza di lotta contro di loro che dura da una trentina di anni. Sono un gruppo di apostati che usano la fede per i propri interessi personali. Erdogan ha visto che nei paesi dove si sono registrati colpi di stato o si è subita l'ingerenza straniera hanno preso il potere forze legate ai “Fratelli musulmani”. Probabilmente egli scorge in tutto questo la possibilità di rimanere al potere per molti anni . Ancor prima della crisi egli ha anteposto gli interessi dei “Fratelli musulmani” a quelli delle relazioni turco-siriane ed anche agli interessi della stessa Turchia. Il suo modo di pensare è proprio questo. Nelle circostanze attuali ha stabilito di porre i propri personali interessi al di sopra di quelli della Turchia e della Siria. Ho già detto che ha tentato di intromettersi negli affari interni siriani e il suo governo ha iniziato a sostenere apertamente i terroristi. Il governo di Erdogan ha cominciato a prendere parte attiva allo spargimento di sangue in Siria. Naturalmente , stando così le cose, le nostre relazioni sono saltate.

- Quando abbiamo chiesto ad Erdogan cosa fosse successo nei rapporti turco-siriani, egli ha detto di essere stato onesto con lei, avanzando alcune proposte di riforma, che però lei avrebbe respinto. Come mai non ha preso in considerazione le proposte di Erdogan?

- Purtroppo Erdogan non ha detto una sola parola giusta dall'inizio della crisi siriana. Non sto esagerando. Le “proposte” da lui formulate contenevano soltanto parole generiche sul fatto che il popolo siriano dovrebbe decidere chi dev'essere presidente e quale sistema politico si deve instaurare nel paese. Io ho già fatto da molto tempo queste proposte e le ho articolate in forma assai più dettagliata in parecchi discorsi. Adesso stiamo preparando un dialogo nazionale in cui saranno rappresentate tutte le forze politiche siriane. Sceglieremo in percorso migliore per far avanzare il nostro paese... Ma abbiamo un domanda assai semplice da fare. Se Erdogan sostiene di aver avanzato proposte di soluzione dei problemi della Siria, che rapporto c'è tra queste proposte e il sostegno ai gruppi armati? Erdogan organizza oggi con il supporto finanziario del Qatar i nuclei terroristici, li rifornisce di armi, attrezzature sanitarie, approvvigionamenti tecnico-materiali in territorio turco e poi li spedisce in Siria. Le sue proposte cos'erano, un dono ai siriani, oppure una iniziativa di facciata per coprire i suoi veri intenti? Erdogan si serve delle sue proposte come di una maschera. Possiamo accettare consigli da chiunque, ma non possiamo accettare ingerenze negli affari interni della Siria. Erdogan non ha capito la nostra posizione. Ha deciso che le relazioni fraterne fra Siria e Turchia gli consentono di intromettersi nelle questioni interne della Siria allo scopo di distruggere lo stato siriano. Per me la situazione è risultata chiara fin dai primissimi giorni.

- Alcuni organi d'informazione turca hanno dato notizia che ufficiali e collaboratori del servizi segreti della Turchia partecipano ad azioni terroristiche in Siria aiutando i terroristi, che sono implicati direttamente nell'attività delle organizzazioni terroristiche. C'è chi racconta che la Siria intende rispondere allo stesso modo. Cosa ci può dire in proposito?

- Ho già detto che allo stato attuale il governo turco già partecipa in forma diretta all'assassinio del popolo siriano. Alcune persone aspettano che la Siria risponda, ma noi non lo faremo. In primo luogo noi combattiamo le azioni criminali e le respingiamo. In secondo luogo riteniamo il popolo turco nostro fratello. In terzo luogo questo è quel che vorrebbe Erdogan. Egli vuole seminare astio fra i popoli della Siria e della Turchia... Ma noi non cadremo nella trappola sia per motivi di principio, sia perché siamo interessati a buoni rapporti con il popolo turco. Oltre dieci anni fa l'allora presidente turco Sezer visitò la Siria per eliminare tutto quel che di male esisteva nelle relazioni arabo-turche. Ora Erdogan sta tentando di sabotare queste intenzioni. Noi non faremo nulla contro lo popolo turco. Quanto ai servizi segreti turchi, finora non abbiamo mai preso un loro ufficiale o un militare turco. Questo non vuol dire che essi non partecipano a quel che accade. Essi addestrano i terroristi, li armano, forniscono loro mezzi di collegamento ed altre forme di sostegno politico e informativo. Lo abbiamo saputo dalle confessioni di parecchi terroristi.

- Quando Obama è stato in Israele, il premier Netanyahu ha inaspettatamente affermato di aver chiesto scusa alla Turchia per l'incidente del “Mavi Marmara”. Qual è il suo commento?

- Netanyahu era primo ministro d'Israele quando tre anni fa successe il fatto. Perché non si è mai scusato in questi anni? Che cosa è cambiato? Erdogan è lo stesso, Netanyahu pure. L'unica cosa che è cambiata è la situazione in Siria. Questo conferma con chiarezza e precisione che si sta creando un'alleanza israeliano-turca contro la Siria. Erdogan si allea con Israele per aggravare la situazione in Siria. Negli ultimi due anni non era riuscito a raggiungere i suoi scopi, cioè ad orientare l'opinione pubblica turca contro la Siria ed a distruggere lo stato siriano. La Siria ha retto l'urto nonostante i furiosi combattimenti. Erdogan non ha nessun alleato pronto ad aiutarlo come Israele, che ha occupato le nostre terre ed è evidentemente nostro nemico. Ritengo che quanto accaduto costituisca la prova inconfutabile dell'alleanza fra di loro. Nello stesso tempo le scuse d'Israele consentono ad Erdogan di recuperare il prestigio che aveva perduto in Turchia.

- Vogliamo ricordale che di recente, il 21 marzo scorso, si è svolto un incontro fra Erdogan e Ocalan, nel quale essi hanno discusso della costituzione di un nuovo Medio Oriente formato da arabi, assiri, curdi e turchi. Cosa pensa di questo incontro e di questa ipotesi?

- Per adesso disponiamo di informazioni diffuse dai media. Non abbiamo i dettagli. Fin dai primi passi effettuali alcuni anni fa dalla Turchia per risolvere la questione curda la nostra posizione è stata di appoggio a qualsiasi soluzione fra turchi e curdi. Noi appoggiamo qualsiasi soluzione reale del problema, poiché il popolo curdo fa parte integrante della vita della regione. I curdi non sono ospiti, né immigrati, vivono nella regione da secoli, da millenni. Però, le prospettive di risolvere le relazioni curdo-turche dipendono dalla affidabilità di Erdogan. Personalmente non credo in lui e dubito che mantenga le sue promesse. Tutti i provvedimenti da lui presi sono provvisori, volti ad attirare consensi politici. Anche in questo caso possiamo chiederci come mai non abbia compiuto questi passi alcuni anni fa. Anche qui vi è un collegamento con l’attuale situazione in Siria. Ma evitiamo di anticipare gli eventi, aspettiamo e vedremo...

- Signor presidente, una domanda assai importante. Dall’inizio degli avvenimenti in Siria determinate parti in causa e centri di ricerca hanno cominciato a parlare di un progetto nuovo che prevede la separazione del nord della Siria, del nord dell’Iraq e del sud-est della Turchia. Ritiene che ci sia davvero il rischio di un distacco del nord dalla Siria?

- Al momento attuale non sussistono le condizioni per questo, specie dal punto di vista dell’opinione pubblica. Le intenzioni separatistiche saranno respinte dal popolo e dallo stato siriani. Nessuno stato sovrano è disposto ad accettare il distacco di una parte del proprio territorio. Una posizione del genere è assolutamente inaccettabile , e in Siria non se ne discute neppure.

- Ci pare che esista un preciso piano avanzato dai paesi occidentali in collaborazione e in coordinamento con alcuni paesi della regione. Esso prevede la creazione del Grande Kurdistan distaccando dai rispettivi stati il nord dell’Iraq, l’ovest dell’Iran, il nord della Siria e il sud-est della Turchia. L’Occidente sembra puntare a questo obiettivo. Andiamo in questa direzione?

- Non credo che quattro stati, Siria, Turchia, Iran e Iraq, possano concordare su una simile proposta. Gli stati indipendenti aspirano nel mondo contemporaneo all’integrazione, non alla divisione. Purtroppo la nostra regione fa eccezione e questo è segno di arretratezza. Gli stati tendono ad unirsi ed a formare blocchi. Questa è l’esigenza dell’era in cui viviamo. Allora perché dobbiamo andare in senso opposto verso una frammentazione della nostra regione? Cosa impedisce ad uomini appartenenti a differenti nazionalità, religioni e confessioni di vivere gli uni con gli altri? Se noi accettiamo le idee del separatismo, ciò porterà allo spezzettamento in minuscoli stati secondo peculiarità etniche e confessionali. Nella nostra ricca e multiforme regione ciò determinerà una situazione pericolosa che in futuro provocherà delle guerre. Pertanto ritengo che certe proposte non siano realistiche.

- Precedentemente, signor presidente, lei aveva proposto un progetto interessante. Aveva parlato di unire politicamente ed economicamentei cinque mari e i paesi situati fra questi mari. Quale sarebbe l’utilità di questo progetto? Può spiegarlo al pubblico turco?

- Ho detto che in questa nostra epoca dobbiamo unirci. Ciò non significa che diventeremo un unico stato, come lo sono stati in passato i grandi imperi. Oggi noi possiamo saldare i nostri interessi. Ad esempio, possiamo costruire insieme ferrovie ed altre strutture per il trasporto terrestre, sfruttare i pozzi metaniferi e petroliferi, sviluppare reti di energia elettrica ed ogni altro tipo di energia e quindi creare tra i nostri paesi dei legami solidi in quest’ area del mondo così strategicamente importante in mezzo a cinque mari. Ciò permetterebbe ai nostri stati e ai nostri popoli di essere abbastanza forti per respingere qualsiasi ingerenza straniera. Per la realizzazione di un simile progetto occorrono pure sicurezza e stabilità. Non credo che queste condizioni esistano in questo momento. Abbiamo problemi in Siria, in Libano, disordini in Iraq. La maggior parte di questi problemi derivano dall’ingerenza dell’Occidente. Inoltre, l’attuale governo della Turchia non è disponibile a questa nostra idea poiché non è indipendente. E la Turchia ha una grande importanza ai fini di questo progetto data la sua posizione strategica. Ciò non significa che dobbiamo rinunciare a questi piani sempre degni della nostra attenzione, poiché il futuro di questa regione dipende dai grandi progetti.

- Tante persone dicono che nella regione vi è una guerra tra sunniti e sciiti. E’ d’accordo che il conflitto sia effettivamente di natura interconfessionale?

- Il problema venne sollevato per la prima volta nel 1979 sullo sfondo della rivoluzione iraniana, che detronizzò uno dei principali alleati degli Stati Uniti nella regione. L’unica cosa che seppero fare le persone cui si riferisce fu di affermare che si trattava di una rivoluzione sciita, ragion per cui le altre confessioni dovevano schierarsi contro . Proprio su questo terreno fu provocata la guerra fra l’Iran e l’Iraq con la complicità di alcuni paesi del Golfo. Dopo un po’, per questo stesso motivo, cioè per istigare l’ostilità interconfessionale, si fece ricorso in Siria ai “Fratelli musulmani”. Ma il tentativo fallì. Ora, a trent’anni di distanza certa gente di nuovo non ha altra scelta che l’istigazione dell’astio interreligioso nei paesi della regione. Per questo hanno riproposto il solito schema. Fin dai primi giorni della crisi siriana si sono lanciati slogan per contrapporre una confessione all’altra. Ma questi tentativi non hanno avuto successo… Secondo me, la ragione del conflitto non sta nelle religioni. Si tratta di un conflitto tra forze che vorrebbero fare arretrare i popoli verso epoche preistoriche e stati che al contrario desiderano andare con i propri popoli verso un futuro di progresso.

- Eppure alcuni paesi fuori dai confini siriani hanno ufficialmente adottato la politica della divisione su basi confessionali e religiose. D’altra parte noi siamo stati testimoni di ciò che lei ha detto a proposito della Turchia. Sotto la direzione di Ataturk si era formata una repubblica laica. Purtroppo il governo ha preso ora le distanze da questo disegno ed ha cominciato ad elaborare progetti legati alla religione. Che futuro vede per questi sistemi politici?

- Le forze politiche che scelgono la divisione e la frantumazione provocano guerre che possono durare nella nostra regione non decenni, ma parecchi secoli. Esse distruggeranno ogni cosa, impediranno lo sviluppo e il progresso, ci riporteranno al Medio Evo. Tutto ciò è molto pericoloso. Quando parlo di stato laico, penso alla libertà di culto. La nostra regione è abbastanza conservatrice, la maggior parte delle persone sono religiose e debbono essere libere di praticare i propri riti. Non dobbiamo pensare neanche per un istante che esistano contraddizioni fra le etnie e le religioni. Sta qui l’essenza del nostro pensiero laico.

- Signor presidente, segue con attenzione le vicende della Turchia?

- Naturalmente, poiché quanto accade in Turchia, grande paese con una importante posizione strategica, si rifletterà direttamente sugli avvenimenti in Siria. Nel contempo vi è tra i nostri popoli molto in comune: la mentalità dei cittadini, le loro emozioni. In Turchia la struttura della società è assai simile a quella della Siria. Ripeto che tutto quanto avviene in Turchia si rifletterà sulla Siria. Perciò ritengo che la stabilità della Turchia è nei nostri interessi. Al contrario, l’instabilità in Siria avrà effetti negativi in Turchia. Dobbiamo persuadere le autorità dell’attuale governo turco, in particolare il premier, che l’incendio in Siria si diffonderà anche in Turchia. Ma, purtroppo, il premier non vede questo dato reale.

- Una domanda sul dialogo con l’opposizione. Lei ha invitato a trovare una soluzione politica ed a stabilire un dialogo diretto con gli oppositori. Vi è un limite invalicabile rispetto al dialogo?

- Il limite invalicabile sta nell’intervento straniero. Ogni dialogo deve essere solo fra siriani. In questo dialogo non è ammissibile nessuna ingerenza straniera. L’unico limite è questo. I cittadini siriani possono discutere di tutto. La Siria è la patria di tutti i siriani ed essi possono sollevare tutti i problemi che vogliono.

- La ringrazio, signor presidente, per l’intervista rilasciata al Canale “Ulusal”. Vuole dire qualcosa al popolo turco?

- Stiamo vivendo in una fase storica importante. Mi riferisco alla Siria, alla Turchia e all’intera regione. Anche se alcuni mutamenti qui avvenuti hanno avuto un carattere spontaneo, molto è stato programmato dall’esterno allo scopo di controllare questa regione. Quanto accade oggi somiglia a quanto accadde cento anni fa. Siamo ad una replica della spartizione di quest’area geografica. Cento anni fa accettammo la spartizione secondo il piano Sykes-Picot , oggi non dobbiamo accettare nessun piano volto a ridisegnare l’intera regione ad eccezione di quelli che soddisfano tutti noi, i popoli che vi abitano. Dobbiamo essere capaci di decidere. Purtroppo questa visione delle cose manca a tanti governi, che hanno accettato di agire sotto il diktat straniero, in particolare di sottostare alla volontà dei paesi occidentali. Così negli ultimi due anni abbiamo assistito a ripetuti tentativi di distruggere i rapporti fra i popoli turco e siriano. Voglio dire questo: dodici anni fa avevamo cominciato a lavorare con il presidente Sezer, dobbiamo continuare indipendentemente dalle circostanze. Sto pensando alla fratellanza turco-araba, che non può essere conseguita se non vi saranno buone relazioni turco-siriane, visto che insieme all’Iraq siamo i paesi arabi confinanti con la Turchia… I governi vengono e vanno . Non sono eterni. Perciò non dobbiamo permettere ai governi e alle autorità, specialmente a funzionari cretini e inesperti, di guastare i nostri rapporti, che dobbiamo intrecciare noi stessi e non le potenze straniere. Ecco quel che volevo trasmettere al popolo turco. Sono contento di essere stato oggi con voi.

 

(Traduzione dal russo di Stefano Trocini)
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