Giovedì, 24 Gennaio 2013

"IL TERZO FIGLIO" - UN RACCONTO DI ANDREJ PLATONOV
da questo racconto il regista Francesco Rosi trasse liberamente il film "Tre Fratelli" nel 1981

Una vecchia muore in una cittadina di provincia. Suo marito, operaio di settant’anni in pensione, si reca all’ufficio telegrafico per spedire in diversi territori e repubbliche del paese sei telegrammi dello stesso contenuto: “La mamma è morta. Vieni. Tuo padre”.

L’anziana impiegata del telegrafo conta e riconta il denaro, sbaglia, ricomincia a contare, scrive e riscrive la ricevuta, la timbra con mano tremante. Il vecchio la osserva con dolcezza attraverso lo sportello aperto nella parete di legno, con gli occhi arrossati, e pensa confusamente qualcosa cercando di allontanare il dolore dal cuore. Gli sembra che anche l’anziana impiegata abbia il cuore spezzato e l’anima irrimediabilmente turbata, forse era rimasta vedova, oppure era stata abbandonata indegnamente.

Per questo lavorava con lentezza, confondeva le monete, non ricordava e non riusciva a concentrarsi: anche un lavoro comune e ordinario richiede uno stato d’animo di felicità interiore.

Dopo l’invio dei telegrammi il vecchio padre torna a casa, si siede su uno sgabello vicino al lungo tavolo dove giace la salma, accanto ai piedi gelidi della moglie. Fuma, sussurra parole dolenti, fissa la solitudine di un uccellino grigio che saltella da un punto all’altro della gabbia, piange sommessamente, poi si calma, ricarica l’orologio da tasca, talvolta guarda alla finestra dietro la quale il tempo cambia e con esso la natura: cadono le foglie insieme a fiocchi di neve umida e stanca, piove, splende un sole tardivo senza calore, come una stella, mentre il vecchio aspetta i figli.

Il giorno dopo arriva il più grande in aeroplano. Gli altri cinque nei due giorni seguenti.

Uno di loro, il terzo, arriva con la figlia, una bambina di sei anni che non aveva mai visto suo nonno.

La madre li attendeva da tre giorni, ma dal suo corpo non emanava odore di morte, tanto era stato purificato dalle malattie e dal deperimento: lei, che aveva dato ai figli una vita sana e feconda, aveva conservato per sé un corpicino minuscolo e scarno e si era premurata di conservarlo a lungo, sia pure in uno stato penoso, per continuare ad amare i suoi figli ed esserne fiera, fino a quando non fosse morta.

I figli, uomini colossali e di età compresa tra venti e quarant’anni, si dispongono intorno alla bara sul tavolo. Sono sei, il settimo è il padre, più piccolo del suo figlio più piccolo e anche più gracile. Il nonno ha in braccio la nipotina, che tiene gli occhi semichiusi, impaurita alla presenza della vecchia sconosciuta senza vita, che sembra guardarla con i bianchi occhi immobili dietro le palpebre abbassate.

I figli piangono in silenzio con lacrime rare, trattenute, stravolgendo il viso per sopportare il dolore senza rompere il silenzio. Il padre non piange più, aveva pianto in solitudine tutte le lacrime prima degli altri e adesso con segreta trepidazione e con gioia poco opportuna guarda quasi di nascosto la imponente mezza dozzina di figli. Due di loro fanno i marinai, comandanti di nave, uno é attore a Mosca, un altro, quello con la figlia, fisico e comunista; il più piccolo studia da agronomo e il maggiore dirige un reparto di un’industria aeronautica e porta sul petto la medaglia di operaio meritevole. Tutti i sei e il settimo, il padre, stanno silenziosi intorno alla madre morta e la piangono, celando l’uno all’altro la propria disperazione, i ricordi dell’infanzia, la felicità perduta dell’amore che sgorgava, ininterrottamente e gratuito, dal cuore della madre e attraverso migliaia di verste li raggiungeva sempre, e loro lo avvertivano invariabilmente, senza neanche accorgersene, e con più forza andavano avanti nella vita, sempre più avanti. Adesso è un cadavere, non può più amare nessuno e giace come una vecchia estranea e indifferente.

I suoi figli, tutti, si sentono soli e inorriditi, come quando da qualche parte, in una campagna buia, sul davanzale di una vecchia casa era accesa una lampada e illuminava la notte, i maggiolini in volo, l’erba bluastra, gli sciami dei moscerini nell’aria, tutto il mondo dell’infanzia intorno alla vecchia casa abbandonata da chi vi era nato, dove le porte erano rimaste sempre aperte perché potessero tornarvi quelli che se n’erano andati. Ma nessuno era tornato. E adesso era spenta quella luce alla finestra notturna e la realtà si era fatta ricordo.

La vecchia morendo aveva raccomandato al vecchio coniuge di chiamare il prete e fargli celebrare a casa la funzione funebre, perché potesse essere portata via e calata nella tomba senza il pope in modo da non offendere i figli e permettere loro di seguire la bara. Non che la vecchia credesse tanto in dio, voleva solo che il marito, amato per tutta la vita, si struggesse più forte e si affliggesse al canto delle preghiere, alla luce dei ceri sopra il suo volto trapassato; lei non voleva separarsi dalla vita senza solennità e senza memoria. Il vecchio, dopo l’arrivo dei figli, aveva cercato qualche prete e alla fine aveva condotto in casa verso sera un vecchietto come lui, comunemente vestito, in abiti civili, tutto rosa per il cibo vegetale durante il digiuno, con occhi ravvivati dal balenio di pensieri, forse spiccioli, dettati da chissà quale convenienza. Il pope era venuto con una borsa militare di comandante a tracolla. Aveva portato i suoi strumenti religiosi: l’incenso, i ceri sottili, il messale, la stola e un piccolo turibolo con la sua catenella. Aveva posto e acceso alla svelta i ceri intorno alla bara, aveva bruciato l’incenso soffiando nel turibolo e poi senza avviso aveva cominciato a borbottare leggendo il messale.

I figli raccolti nella stanza si alzano in piedi, provano chissà perché un certo imbarazzo, quasi vergogna. Stanno immobili, in fila uno dietro l’altro, con gli occhi bassi davanti alla bara. Davanti a loro, di fretta, con fare quasi ironico canta e sussurra un anziano signore che osserva con occhi minuscoli e comprensivi la guardia d’onore dei figlioli della vecchia estinta. Sembra avere a volte paura di loro, a volte rispetto, appare disposto a discorrere con loro, ad esprimere persino entusiasmo per la costruzione del socialismo. Ma i figli non dicono una parola, nessuno, neppure il marito della vecchia si fa il segno della croce. Montano tutti la guardia d’onore accanto alla bara, e si estraniano dalla messa funebre.

Terminata alla svelta la funzione, il pope raccoglie presto le sue cose, poi spegne le candele che ardevano accanto alla bara e ripone il suo armamentario nella borsa di comandante. Il padre dei figli gli mette in mano del danaro e lui, senza trattenersi, si incunea fra la schiera di sei uomini che neppure lo guardano e impaurito scompare dietro la porta. In verità, sarebbe rimasto volentieri nella casa per il banchetto funebre, per parlare degli esiti di guerre e rivoluzioni e ottenere una duratura consolazione dall’incontro con i rappresentanti del nuovo mondo, che lui in cuor suo ammirava senza tuttavia potervi penetrare: pure lui sognava in solitudine di compiere un giorno un atto di eroismo ed irrompere così nel futuro radioso, nel novero delle generazioni nuove; per questo aveva persino fatto domanda al locale aerodromo di essere portato fino alla più grande altezza e di lì gettato giù con il paracadute senza maschera d’ossigeno, ma non aveva avuto risposta.

Alla sera il padre fa sei letti nella seconda stanza e pone la nipote-bambina accanto a sé, nel letto grande dove per quarant’anni aveva dormito la veccia defunta. Il letto grande si trovava nella stessa stanza spaziosa dov’era la bara. I figli invece si sistemano nell’altra. Il padre si ferma un po’ sulla porta fino a quando i figli si svestono per coricarsi, poi socchiude la porta e se ne va a dormire accanto alla nipotina dopo aver spento tutte le luci. La nipote già dormiva, sola nel letto grande, nascosta sotto la coperta con tutta la testa.

Il vecchio si sofferma alcuni istanti chino verso di lei nell’oscurità della notte, la neve caduta nella strada assorbe la luce avara e rarefatta del cielo e rischiara il buio della stanza dalle finestre. Il vecchio si accosta alla bara scoperta, bacia le mani, la fronte e le labbra della moglie e le dice: “Ora riposati”. Poi si stende prudentemente al fianco della nipote e chiude gli occhi perché il suo cuore si dimentichi di ogni cosa. Si addormenta appena, e all’improvviso si risveglia. Da sotto la porta della stanza dove dormono i figli viene la luce, poiché lì avevano riacceso le lampadine elettriche, e da lì arrivano risate e discorsi ad alta voce.

La bambina per il rumore comincia a girarsi, forse anche lei non dorme, ma ha paura di mettere la testa fuori dalla coperta spaventata dalla notte e dalla vecchia morta.

Il figlio maggiore parla con passione, con convinto entusiasmo di eliche metalliche scatolari e la sua voce rimbomba sazia e possente, si percepiscono i suoi denti sani e riassestati per tempo, oltre alla rossa e profonda laringe. I fratelli marinai raccontano fatti accaduti in porti stranieri e ridono sonoramente, poiché il padre aveva loro dato le vecchie coperte, con le quali si erano coperti da bambini e da ragazzi. Queste coperte recavano in alto e in basso due striscette di tela con le scritte “testa” e “piedi” per poterle sistemare correttamente, in modo che non coprissero il viso con il lato sporco del sudore dei piedi. Poi uno dei marinai si avventa sull’attore ed entrambi ruzzolano avvinghiati per terra come quando erano tutti bambini e vivevano insieme. Il figlio più piccolo li incita e afferma baldanzoso che poteva sollevarli entrambi con il solo braccio sinistro. Era chiaro che i fratelli si volevano bene ed erano contenti di rivedersi. Non si incontravano più da tanti anni, e neppure sapevano quando si sarebbero potuti rivedere. Chi sa, forse ai funerali del padre?

Nel furore della lotta i due fratelli rovesciano una sedia e per un istante fanno silenzio ma poi, ricordando evidentemente che la loro madre giaceva morta e non sentiva più nulla, continuano a scherzare. Poco dopo il fratello maggiore chiede al fratello attore di cantare sottovoce qualcosa, poiché di certo conosceva le belle canzoni di Mosca. Ma l’attore dice che non gli riusciva così, di punto in bianco. “Va bene, copritemi con qualche cosa”, dice l’attore di Mosca. Gli coprono il viso in qualche modo e lui si mette a cantare dietro questo sipario, vincendo l’imbarazzo dell’inizio. Mentre canta, il figlio più piccolo fa qualcosa che provoca la caduta dal letto di un altro fratello, che ruzzola addosso al terzo disteso sul pavimento. Ridono tutti e ordinano al più piccolo di sollevare subito il fratello caduto dal letto con il braccio sinistro e metterlo al tappeto. Il fratello più piccolo sussurra qualcosa ai suoi fratelli e due di loro scoppiano in una risata così forte che la bambina-nipote leva la testa da sotto la coperta nella stanza buia e grida:

- Nonno! Nonno! Dormi?

- No, non dormo. Ma non ho niente, dice il vecchio, e tossisce timidamente.

La bambina non si trattiene e scoppia in pianto. Il vecchio le accarezza il viso che era bagnato.

- Perché piangi? - bisbiglia il vecchio.

- Provo pena per la nonna, - dice la nipotina. – Tutti sono vivi, ridono, lei sola è morta.

Il vecchio non dice nulla. Respira con difficoltà, di tanto in tanto tossisce. La bambina si spaventa, si solleva un po’ per guardare più da vicino il nonno e convincersi che non dorme. Lo fissa con lo sguardo e chiede:

- Perché piangi anche tu? Io ho smesso di piangere.

Il nonno le passa la mano sul capo e bisbiglia:

- No… Io non piango. Sto solo sudando.

La bambina si siede sul letto:

- Ti manca la tua vecchia? – dice. – Non piangere! E’ meglio che non piangi. Sei vecchio, presto morirai e allora lo stesso non piangerai.

- Non piango più, - dice sommessamente il vecchio.

Nell’altra stanza, quella rumorosa, improvvisamente cala il silenzio. Uno dei figli aveva detto prima qualcosa e tutti si erano zittiti. Il figlio di nuovo dice a bassa voce qualcosa. Il vecchio padre riconosce la voce del terzo figlio, il fisico, il padre della bambina. Fino ad allora la sua voce non si era sentita: non aveva detto una parola, né riso. In qualche modo aveva calmato i fratelli e loro avevano smesso tutti di parlare.

Poco dopo la porta della loro stanza si apre ed esce il terzo figlio, vestito come di giorno. Si avvicina alla bara della madre e si china sul suo viso spento, dove non vi era più alcun sentimento per nessuno.

C’è silenzio per la notte fonda. Non passa nessuno, né uomini, né auto per la strada. Cinque fratelli stanno immobili nella stanza accanto. Il vecchio e la bambina seguono attentamente con lo sguardo il figlio e il padre, trattenendo il respiro.

Il terzo figlio si raddrizza all’improvviso, allunga il braccio nel buio per reggersi alla bara, ma non ci riesce e la sposta soltanto verso l’estremità del tavolo, poi cade a terra. Batte sulle tavole del pavimento la testa come una cosa estranea, ma il figlio del vecchio non emette nessun lamento, si sente solo il grido della figlia.

Cinque fratelli corrono non ancora vestiti dal fratello e lo portano nella loro stanza per rianimarlo e calmarlo. Il terzo figlio poco dopo si riprende e tutti gli altri fratelli si vestono, chi in divisa, chi con abiti civili, nonostante fosse appena l’una di notte. Tutti, ciascuno per proprio conto, si disperdono con aria di mistero, per la casa, per il cortile, per la notte, una di quelle che avevano vissuto nella loro infanzia, e si mettono a piangere, a sussurrare parole di dolore come se la loro madre fosse lì accanto a ciascuno di loro, li ascoltasse e si dolesse poiché era morta e aveva provocato dolore nei suoi figli. Se avesse potuto, sarebbe vissuta per sempre, affinché nessuno si fosse addolorato per lei, logorando il proprio cuore per lei e il corpo che lei aveva generato … Ma la madre aveva perduto la pazienza di resistere.

Il mattino seguente i sei figli mettono la bara sulla spalla e la conducono alla sepoltura. Il vecchio prende in braccio la bambina e li segue. Si era ormai abituato a soffrire la mancanza di sua moglie ed era contento e orgoglioso che pure lui sarebbe stato seppellito in quella stessa maniera da sei uomini forti.

traduzione inedita di Stefano Trocini

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