Mercoledì, 16 Settembre 2015

IN RICORDO DI STEFANO

Chi ha aperto recentemente questo sito si è domandato probabilmente perché da un po’ di tempo non sono più apparse nuove pubblicazioni. Esso parlava con una voce libera, appassionata, decisamente contro, rivoluzionaria per davvero, che si riverberava su sfondo monotono e fosco di una stampa asservita e servizievole, demagogica e retorica, e in sostanza indifferente ai problemi del nostro tempo.

Il fatto è che Stefano Trocini, l’ideatore del sito, è morto il 21 giugno, malgrado abbia lottato fino all’ultimo respiro contro un male incurabile.

Per ricordarlo pubblichiamo un frammento del Canto XXVI dell’Inferno di Dante, quello della narrazione di Ulisse che celebra una straordinaria impresa dell’uomo eroicamente proteso alla conoscenza della realtà. Il nostro amico amava queste terzine e amava recitarle.

E ci piace pensare ora a Stefano come a colui che si è unito all’eroe greco e ai suoi compagni, coraggiosi, intelligenti e ribelli, così come anche lui è sempre stato, e dopo aver spiccato un folle volo a bordo della loro nave, infranti riguardi e divieti, sprezzante di rischi e insuperabili pericoli, sta navigando in un mare color di vino, infinito nel tempo e nello spazio, a inseguire virtù e conoscenza, quanto vi è più nobile nell’umanità.

Amici

Quando
Mi dipartì da Circe, che sottrasse
Me più di un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enea la nomasse,
né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ‘l debito amore
lo qual dovea Penelope far lieta,
vincer potero a me l’ardore
ch’i’ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.
L’un lito e l’altro vidi in fin la Spagna,
fin nel Marocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.
Io e ‘compagni eravamo vecchi e tardi
Quando venimmo a quella foce stretta
Dov’Ercole segnò li suoi riguardi
Acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Siviglia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.
“O frati”, dissi, “che per cento milia
Perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigiglia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.
Li miei compagni fec’io sì arguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già de l’altro polo
Vedea la notte, e ‘l nostro tanto basso,
che non surgea fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
Lo lume era di sotto da la luna,
poi che ‘ntrati eravam ne l’altro passo,
quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avea alcuna.
Noi ci rallegrammo, e tosto tornò in pianto,
ché dalla nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, come ‘altrui piacque,
infin che l’mar fu sovra noi richiuso”.
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