Sabato, 20 Dicembre 2014

"HA DA VENI' BAFFONE"
Questo articolo uscì il 6 novembre 2010 sul n° 7 di "Terza Pagina", di cui S. Trocini era allora direttore. Lo ripubblichiamo in "[email protected]" per il 135° anniversario della nascita di Stalin, poichè esso non ha affatto perso di attualità. Anzi...

Quando sono nato, nel lontano 1942, infuriava la battaglia di Stalingrado, la battaglia che infranse il sogno di Hitler di mettersi sotto i piedi l'intera Europa e il mondo.

 

All'età di otto - nove anni, camminando per la via Appia verso la scuola, mi capitava più volte di leggere sui muri dei palazzoni periferici la scritta riportata nel titolo, "Ha da veni' baffone". Dalle pennellate larghe di calce bianca si capiva chi fossero i writers: quelle scritte le avevano tracciate di notte gli operai edili romani, gli stessi che quando manifestavano nelle piazze e si scontravano con la polizia dell'on. Scelba, l'allora ministro degli Interni, cantavano irriverenti: "Er sindaco de Roma/ se chiama Rebecchini/ se magna er Campidojio/ co' tutti li scalini!" 

 

Poco più avanti, nel 1953, venni a sapere dal titolo a caratteri cubitali dell'"Unità" appesa all'edicola vicino alla scuola che Baffone, Giuseppe Stalin, era morto.

 

Anno dopo anno arrivarono la condanna del culto della personalità e la destalinizzazione di Krusciov, il disgelo tra le due superpotenze e la distensione nei rapporti Est-Ovest, l'abbassamento della cortina di ferro e l'innalzamento del muro di Berlino. Da questa città, divisa in due, nel giugno 1963, il giovane presidente americano John Kennedy gridò al mondo: "Ich bin ein Berliner!" e tutti compresero che la guerra fredda si era fatta un po' più mite, ma non era cessata, né poteva cessare tanto presto. 

 

In Unione Sovietica, però, il corso della destalinizzazione non si interruppe neppure dopo l'allontanamento di Krusciov e continuò a procedere silenziosamente, senza il furore, né il clamore della prima ondata. Così, quando iniziò il Sessantotto,  mentre  la  gioventù arrabbiata e ribelle dell'Europa occidentale capitalistica si immergeva con avidità nella lettura non solo di Marx, Mao e Marcuse, ma anche di qualche testo di Stalin come "Le questioni economiche del socialismo" (Ed. Rinascita) e "Il marxismo e la linguistica" (Ed. Feltrinelli), in URSS gli scritti del "feroce dittatore georgiano" restavano sepolti negli scantinati delle biblioteche, tenuti severamente in castigo da una nomenclatura che aveva ormai la sola aspirazione di rimanere incollata al potere. A Roma, sui muri dei palazzoni non più periferici, le scritte a lui inneggianti resistevano ancora, via via più scolorite, solitarie e remote. La destalinizzazione era passata anche sopra i muri della Città Eterna.  

 

Nel volgere di un decennio, dal '68 alla fine degli anni '70, lo spirito di ribellione dei giovani finì, per insufficiente maturità politica, nella trappola degli opposti estremismi e si spense sotto la cappa di piombo della strategia della tensione senza lasciare, purtroppo, tracce consolidate o elementi di continuità, a parte le reiterate evocazioni nostalgiche. In Italia la trappola degli opposti estremismi e i congegni della strategia della tensione furono fabbricati e manovrati da apparati palesi e soprattutto occulti dello Stato con la complicità oggettiva e soggettiva dei principali partiti della prima Repubblica, DC e PCI in testa.

 

Nell'arco dello stesso decennio la nomenclatura del partitostato nel paese dei Soviet, divenuta col tempo una gerontocrazia intorpidita, tramutò l'URSS in una sterminata palude. Dalle acque stagnanti di questa palude emerse un bel giorno l'astro di Michail Gorbaciov con la sua enorme voglia di rinnovare il socialismo stampata sulla fronte spaziosa. E lo rinnovò così bene e tanto a fondo che lo fece crollare miseramente. Con "Gorby", ostinato ed astuto detrattore di Stalin, la lunga storia della destalinizzazione ebbe il suo lieto fine: lo Stato fondato da Lenin e costruito da Stalin non esisteva più. Eppure adesso, nel mese di ottobre del 2010, dopo che i secoli e io stesso abbiamo fatto bianca la barba, dopo che il tricolore della Russia liberalborghese sventola da una ventina di anni sul pennone più alto del Cremlino, il baldanzoso presidente Medvedev racconta un'altra verità, sorprendente e sbalorditiva. 

 

Dall'alto della sua autorità egli ha giudicato che la destalinizzazione, madre di tutti gli eventi che hanno segnato la storia dell'Europa dal dopoguerra alla fine del Novecento, è un fatto che non sussiste poiché non è stata destalinizzata, sterilizzata se volete, la "coscienza civile" dei russi. Quindi ha deciso di correre ai ripari, insediando alla direzione del Comitato per i diritti umani presso la Presidenza della Federazione un suo fedele consigliere, Michail Fedotov, con il perentorio incarico di provvedere urgentemente. Fedotov, ricevuto l'incarico, ha ribadito, affinché fosse più chiaro il concetto, che "nel 1991 c'è stata una rivoluzione incruenta, ma la destalinizzazione non è avvenuta". Siamo passati dal lieto fine alle comiche finali.

 

Non sarebbe più onesto e dignitoso riconoscere che un paio di decenni di capitalismo selvaggio, di privatizzazioni piratesche, di scorribande indecenti dei nuovi russi, di dispotismo degli oligarchi della prima e seconda infornata, una di Eltsin e l'altra di Putin, hanno risvegliato il demone del collettivismo radicato nell'anima russa per i tanti secoli di vita rurale all'interno di comuni contadine autonome quali il mir e l'obscina? Non va dimenticato, tra l'altro, che questo tratto culturale del popolo russo ha facilitato l'opera di agitazione dei partiti socialisti operai e soprattutto dei bolscevichi negli anni di agonia dello  zarismo  e, in definitiva, ha  favorito  il successo della Rivoluzione d'Ottobre.

 

La stragrande maggioranza dei russi appare sempre più stanca e mortificata dalle condizioni di vita in cui è precipitata negli ultimi venti anni e, istintivamente, è portata a rivalutare il socialismo, il sistema sovietico ed anche la figura di Stalin. 

 

Già lo scorso anno il programma televisivo "Il nome della Russia" aveva segnalato un gradimento così elevato per Stalin che i dirigenti di rete decisero allarmati di modificare l'impostazione del programma. Alcuni giorni fa in un altro programma televisivo, "Il giudizio del tempo", alla domanda se i bolscevichi avessero rovinato o salvato la Russia, il 71% degli invitati ha risposto "rovinato" e il 29% "salvato", ma poi sono arrivate le telefonate ed il verdetto è  stato  completamente  ribaltato: il 72% ha risposto "salvato" e il 28% "rovinato". Tuttavia, al di là di certi sondaggi di cui è difficile stabilire il grado di attendibilità o di manipolazione, è il perentorio incarico del presidente Medvedev al suo consigliere che mi fa immaginare oggi uno scenario fino a ieri impensabile.

 

E poiché, malgrado gli anni, mi piace essere ancora un po' spericolato, lontano da ogni diplomazia, riassumo alla fine in una battuta non so quanto imprudente, o quanto veridica, le paure che si nascondono dietro la decisione del presidente Medvedev di dar corso alla destalinizzazione del XXI secolo: uno spettro si aggira per la Russia - lo spettro di Stalin.

Stefano Trocini

Letto 1118 volte

Lascia un commento

Assicurati di inserire (*) le informazioni necessarie ove indicato.
Codice HTML non è permesso.